02/09/2026
Finalmente l’INPS riconosce la NASpI anche per le vittime di violenza e stalking. 💡👇
Per anni, abbandonare un posto di lavoro per proteggersi è stato etichettato come una “scelta volontaria”, portandosi dietro il solito retropensiero: «Se ne è andat di sua spontanea volontà, peggio per sé»*. Ma quando la decisione di dimettersi nasce dalla necessità viscerale di salvaguardare la propria incolumità da violenze di genere, abusi o atti persecutori, parlare di “scelta libera” è una stortura che non possiamo più accettare.
L’INPS ha integrato le proprie linee guida operative su un principio espresso dalla Corte Costituzionale: quando la prosecuzione del lavoro mette a rischio la sicurezza della persona, la rottura del contratto va addebitata alla condotta del persecutore.
Ciò significa che la disoccupazione viene riconosciuta legalmente come involontaria e le dimissioni vengono equiparate a quelle per giusta causa, spalancando la strada all’assegno di disoccupazione NASpI.
Cosa c’è da sapere in più?
Nessun isolamento in azienda: La tutela scatta sia che la minaccia provenga dall’ambiente di lavoro (mobbing, molestie), sia che arrivi da un soggetto esterno (es. un ex partner da cui ci si sta allontanando).
Serve la prova documentale: La misura non è un automatismo. L’INPS richiede prove fattuali chiare (denunce, querele, percorsi certificati con i Centri Antiviolenza) che dimostrino il nesso causa-effetto tra la minaccia e l’interruzione del lavoro.
Diritti trasversali: Le tutele valgono per tutte le persone lavoratrici a prescindere dal genere.
Nessuna stabilità economica vale la perdita della propria sicurezza o della propria dignità. Conoscere i propri diritti e sostenere l’indipendenza di chi si trova in difficoltà è il primo vero passo per fare rete. ❤️
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L’INPS equipara le dimissioni per violenza o stalking a quelle per giusta causa. Questo permette di accedere alla NASpI senza subire la sanzione del blocco del sussidio (solitamente prevista per chi si dimette volontariamente).