StudioPresutto - Dottore Commercialista e Consulenza Direzionale Aziendale

StudioPresutto - Dottore Commercialista e Consulenza Direzionale Aziendale Aiutiamo imprese ed enti a governare crescita e cambiamento. Controllo • Governance • Organizzazione • Innovazione & AI

Lo Studio Presutto, opera nel campo della consulenza alle imprese ed offre principalmente servizi Contabili, Fiscali e di Consulenza del Lavoro, proponendo inoltre soluzioni di Finanza Agevolata. Solida preparazione teorica, continuo aggiornamento, vasta esperienza concreta: con questi tratti distintivi propone un intervento completo nel quale le competenze specifiche, dei professionisti che operano nello studio, risultano tra loro integrate e rappresentano una risorsa importante a disposizione dei nostri clienti. Lo Studio opera anche nel campo della Consulenza di Direzione Aziendale ed offre le proprie competenze per rispondere, con soluzioni innovative, alle esigenze e alle sfide delle imprese, consentendo ai propri clienti di raggiungere sempre più elevati livelli di competitività, con uno sguardo privilegiato ai mercati internazionali.

UNA MADRE NON DOVREBBE ESSERE COSTRETTA A SCEGLIERE TRA UN FIGLIO E IL LAVORO.Eppure, in Italia, per troppe famiglie con...
10/10/2026

UNA MADRE NON DOVREBBE ESSERE COSTRETTA A SCEGLIERE TRA UN FIGLIO E IL LAVORO.

Eppure, in Italia, per troppe famiglie conciliare le due cose rimane una difficoltà enorme.

L’ISTAT fotografa una realtà che dovrebbe far discutere tutta la politica: nel 2024 lavorava il 58,3% delle donne tra 25 e 49 anni con figli in età prescolare, contro il 77,4% delle donne senza figli.

Nel Mezzogiorno, tra le madri con figli piccoli, la percentuale scendeva al 41,3%.

Ma davvero possiamo continuare a considerare tutto questo un problema privato delle famiglie?

Una madre trova un lavoro. Ha competenze, esperienza, voglia di costruire il proprio futuro.

Poi arriva un figlio.

L’asilo nido non è disponibile, gli orari dei servizi non coincidono con quelli lavorativi, i nonni non sempre possono aiutare e una struttura privata può costare troppo.

A quel punto qualcuno deve rinunciare a qualcosa.

E troppo spesso quel qualcuno è la madre.

QUESTO NON È SOLTANTO UN PROBLEMA FAMILIARE. È IL RISULTATO ANCHE DI SCELTE E OMISSIONI POLITICHE.

Per anni abbiamo discusso di occupazione femminile, natalità e crescita economica senza garantire ovunque servizi adeguati a rendere compatibili maternità e lavoro.

Le responsabilità non appartengono a un solo governo o a una sola amministrazione.

Riguardano le priorità della politica nazionale, regionale e locale, la disponibilità dei servizi per l’infanzia e, in parte, anche un’organizzazione del lavoro che continua a chiedere alle famiglie di adattarsi a qualsiasi condizione.

E intanto il Paese perde competenze, redditi, contributi previdenziali e opportunità di crescita.

Non possiamo lamentarci della denatalità e, contemporaneamente, lasciare che avere un figlio diventi un ostacolo alla permanenza nel mercato del lavoro.

LE SOLUZIONI ESISTONO. MA RICHIEDONO SCELTE PRECISE.

Servono più servizi educativi accessibili dove mancano, orari compatibili con quelli delle famiglie, sostegni economicamente sostenibili e una diversa organizzazione del lavoro nelle imprese, quando le mansioni lo consentono.

E serve soprattutto una politica che misuri i risultati non soltanto contando i posti disponibili, ma verificando quante famiglie riescono effettivamente a utilizzarli.

Perché un asilo aperto dove non serve, o con orari incompatibili con il lavoro dei genitori, non risolve il problema.

Un Paese che chiede alle donne di lavorare e alle famiglie di fare figli deve creare le condizioni perché entrambe le cose siano possibili.

Altrimenti non sta sostenendo la famiglia.

Sta semplicemente lasciandola sola.

Studio Presutto

Fonte: ISTAT, dati 2024 sull’occupazione femminile e la presenza di figli in età prescolare.

SOFTWARE NUOVO. STESSO DOPPIO LAVORO.Hai acquistato un nuovo gestionale per rendere la tua impresa più efficiente.Ma sei...
09/10/2026

SOFTWARE NUOVO. STESSO DOPPIO LAVORO.

Hai acquistato un nuovo gestionale per rendere la tua impresa più efficiente.

Ma sei sicuro che il lavoro sia davvero diminuito?

Immagina una situazione molto semplice.

Un cliente richiede un preventivo.

Un collaboratore inserisce i dati nel gestionale.

Quando arriva l’ordine, le stesse informazioni vengono riportate in un altro documento.

Al momento della fatturazione, qualcuno deve nuovamente controllarle, copiarle o correggerle.

Tre passaggi. Gli stessi dati. Più volte.

Eppure l’impresa ha investito in tecnologia proprio per lavorare meglio.

Dov’è il problema?

Non necessariamente nel software.

Il problema può essere nel modo in cui l’impresa continua a lavorare.

Perché acquistare un nuovo strumento non significa automaticamente aver migliorato l’organizzazione.

Un gestionale può essere moderno, completo e costoso.

Ma se le informazioni vengono inserite più volte, se i documenti non comunicano tra loro e se le attività si duplicano, una parte importante del beneficio dell’investimento rischia di andare perduta.

E allora, prima di acquistare un altro programma, prova a fare una verifica molto semplice.

Prendi un ordine reale e seguilo dall’inizio alla fine.

Chiediti:

→ Quante volte vengono inserite le stesse informazioni?

→ Quali passaggi richiedono ancora un intervento manuale?

→ Quante verifiche servono soltanto perché i dati non vengono trasferiti automaticamente?

→ Quali attività potrebbero essere eliminate senza compromettere il controllo?

Le risposte possono rivelare opportunità di miglioramento che non richiedono necessariamente nuovi investimenti.

A volte basta utilizzare meglio gli strumenti già disponibili.

Altre volte occorre modificare le procedure, collegare le informazioni o chiarire le responsabilità.

La vera innovazione non consiste semplicemente nell’aggiungere tecnologia.

Consiste nel rendere il lavoro più semplice, rapido e affidabile.

Perché un’impresa non diventa più efficiente per il numero di programmi che acquista.

Diventa più efficiente quando riesce a ridurre le attività inutili e a liberare tempo per quelle che producono valore.

Il software cambia lo strumento.
Il processo cambia il lavoro.

E prima di investire in un’altra tecnologia, forse vale la pena chiedersi:

«Stiamo davvero lavorando meglio oppure stiamo facendo le stesse cose con strumenti nuovi?»

Studio Presutto
Consulenza fiscale, societaria e direzionale

Hai concesso uno sconto del 10% a un cliente.Ma sai quanto margine hai perso davvero?Quando un cliente chiede uno sconto...
08/10/2026

Hai concesso uno sconto del 10% a un cliente.
Ma sai quanto margine hai perso davvero?

Quando un cliente chiede uno sconto, il ragionamento è spesso questo:

«Rinuncio a qualcosa sul prezzo, ma almeno concludo la vendita.»

È una scelta commerciale comprensibile.

Ma c’è un aspetto che molti imprenditori rischiano di sottovalutare.

Uno sconto del 10% sul prezzo può ridurre il margine di oltre il 30%.

Facciamo un esempio molto semplice.

Un’impresa vende un prodotto a 100 euro.

Il costo variabile per produrlo o acquistarlo è di 70 euro.

Il margine unitario che rimane è quindi:

100 € − 70 € = 30 €

Il cliente chiede uno sconto del 10%.

L’impresa accetta.

Il prezzo scende a 90 euro.

Ma il costo resta di 70 euro.

Il nuovo margine diventa:

90 € − 70 € = 20 €

Ecco cosa è successo:

PREZZO: −10%
MARGINE UNITARIO: −33,3%

L’impresa ha ridotto il prezzo del 10%, ma ha rinunciato a un terzo del margine che avrebbe ottenuto su quella vendita.

E c’è un altro dato ancora più interessante.

Per recuperare il margine complessivo iniziale, dovrebbe vendere il 50% di unità in più, mantenendo invariati i costi unitari.

Questo significa che uno sconto apparentemente piccolo può richiedere uno sforzo commerciale e produttivo molto più importante di quanto sembri.

Attenzione, però.

Concedere uno sconto non è necessariamente una scelta sbagliata.

Può servire ad acquisire un cliente importante, aumentare i volumi, utilizzare capacità produttiva disponibile o consolidare una relazione commerciale.

Ma dovrebbe essere una decisione consapevole.

Prima di concederlo, un imprenditore dovrebbe conoscere almeno tre cose:

→ Quanto margine rimane dopo lo sconto?

→ Quante vendite aggiuntive servono per compensarlo?

→ Il beneficio commerciale atteso giustifica la riduzione del margine?

Sono domande semplici, ma possono cambiare il risultato di una trattativa.

Perché vendere di più non significa necessariamente guadagnare di più.

E un ordine acquisito a condizioni poco convenienti può aumentare il lavoro senza migliorare adeguatamente il risultato economico.

Lo sconto lo concedi sul prezzo.
Ma lo paghi con il margine.

Conoscere i propri numeri non significa rinunciare alle opportunità commerciali.

Significa avere gli strumenti per riconoscere quelle che creano davvero valore per l’impresa.

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Consulenza fiscale, societaria e direzionale

Fatturato +20%.Cassa −15%.Sembra una contraddizione.Eppure può accadere.Perché vendere non significa avere già incassato...
07/10/2026

Fatturato +20%.
Cassa −15%.

Sembra una contraddizione.

Eppure può accadere.

Perché vendere non significa avere già incassato.

Un’impresa cresce, riceve più ordini e fattura di più.

Ma per sostenere quelle vendite deve anche acquistare materiali, aumentare le scorte, pagare fornitori, dipendenti, imposte e altre spese.

I clienti, invece, possono pagare a 60, 90 o 120 giorni.

Il risultato?

Il ricavo esiste.
Il denaro, però, non è ancora sul conto corrente.

E così un aumento delle vendite può richiedere, almeno temporaneamente, più liquidità anziché produrne immediatamente di più.

Per questo, accanto al fatturato, è utile osservare anche:

→ i tempi reali di incasso
→ il capitale necessario per sostenere l’attività
→ la liquidità assorbita dalla crescita

Non per frenare l’impresa.

Per permetterle di crescere senza inseguire continuamente la cassa.

Perché la crescita migliore non è soltanto quella che aumenta le vendite.

È quella che l’impresa riesce a sostenere.

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Consulenza fiscale, societaria e direzionale

Il fatturato è aumentato del 20%.La liquidità è diminuita del 15%.Com’è possibile?A prima vista sembra una contraddizion...
07/10/2026

Il fatturato è aumentato del 20%.
La liquidità è diminuita del 15%.

Com’è possibile?

A prima vista sembra una contraddizione.

Se un’impresa vende di più, viene naturale pensare che debba avere anche più denaro disponibile.

Ma vendere e incassare non sono la stessa cosa.

Facciamo un esempio molto semplice.

Un’impresa aumenta gli ordini.

Per produrre e consegnare di più deve acquistare più materiali, aumentare le scorte e sostenere maggiori costi.

Fornitori, dipendenti, imposte e altre spese continuano ad avere le loro scadenze.

I clienti, invece, possono pagare a 60, 90 o anche 120 giorni.

Che cosa può accadere?

L’impresa vende di più.

Fattura di più.

Ma una parte crescente di quel fatturato è ancora rappresentata da crediti verso clienti.

Il ricavo esiste.

Il denaro, però, non è ancora sul conto corrente.

E nel frattempo l’impresa deve continuare a pagare.

Ecco perché un’azienda può crescere commercialmente e, nello stesso momento, avere bisogno di più liquidità per finanziare quella crescita.

Il problema, quindi, non è crescere.

È capire quanta cassa richiede la crescita.

Ci sono alcune informazioni che aiutano a leggerlo prima:

→ quanto tempo impiegano realmente i clienti a pagare;

→ quanto capitale rimane fermo nelle scorte;

→ quanto velocemente devono essere pagati i fornitori;

→ quanta liquidità assorbe ogni incremento dell’attività.

Sono numeri che permettono di passare da una domanda:

«Quanto stiamo vendendo?»

a una domanda più completa:

«La nostra impresa riesce a sostenere finanziariamente ciò che sta vendendo?»

Ed è qui che il controllo dei numeri diventa uno strumento di decisione.

Non per frenare la crescita.

Per renderla sostenibile.

Perché aumentare il fatturato è importante.

Ma il fatturato, da solo, non paga le scadenze.

Non basta vendere di più.
Bisogna riuscire a finanziare ciò che si vende.

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Consulenza fiscale, societaria e direzionale

Un investimento può essere agevolato fino al 75%.Ma questo significa che conviene farlo?Da oggi, 6 ottobre, apre lo spor...
06/10/2026

Un investimento può essere agevolato fino al 75%.
Ma questo significa che conviene farlo?

Da oggi, 6 ottobre, apre lo sportello di Investimenti sostenibili 4.0, la misura destinata alle PMI del Mezzogiorno per sostenere programmi di investimento orientati alla trasformazione tecnologica e digitale, alla competitività e alla sostenibilità.

L’agevolazione può arrivare complessivamente fino al 75% delle spese ammissibili, attraverso contributo e finanziamento agevolato.

È certamente un’opportunità.

Ma quel 75% rischia anche di attirare tutta l’attenzione sulla domanda sbagliata:

«Quanto posso ottenere?»

Proviamo a partire da un’altra domanda:

«Questo investimento conviene davvero alla mia impresa?»

Facciamo un esempio molto semplice.

Un’impresa sta valutando un nuovo macchinario da 200.000 euro.

Prima ancora di calcolare il beneficio dell’agevolazione, dovrebbe provare a rispondere almeno a tre domande:

1. Quanto produrrà in più?

Aumenterà realmente la capacità produttiva o sostituirà semplicemente qualcosa che già funziona?

2. Quanto farà risparmiare?

Ridurrà tempi, consumi, scarti, manutenzioni o costo del lavoro per unità prodotta?

3. In quanto tempo l’investimento restituirà il capitale impiegato?

Perché anche quando una parte importante della spesa è agevolata, l’impresa sta comunque impegnando risorse, assumendo obblighi e prendendo una decisione che produrrà effetti per anni.

Ecco allora la distinzione:

AGEVOLATO ≠ AUTOMATICAMENTE CONVENIENTE

L’incentivo è una leva importante.

Può ridurre il costo di un investimento, migliorarne la sostenibilità finanziaria e rendere possibile un progetto che altrimenti sarebbe più difficile realizzare.

Ma dovrebbe intervenire dopo aver verificato la logica economica dell’investimento, non sostituirla.

La sequenza, quindi, non dovrebbe essere:

«C’è il contributo → cosa possiamo comprare?»

Ma:

«Cosa serve davvero all’impresa → quali risultati può produrre → quanto è sostenibile → possiamo agevolarlo?»

È una differenza semplice.

Ma cambia il modo in cui si utilizzano gli incentivi.

Un’agevolazione può rendere più conveniente un buon investimento.
Non può trasformare automaticamente un investimento sbagliato in quello giusto.

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Due clienti fatturano entrambi 50.000 euro.Valgono davvero uguale per l’impresa?Proviamo con un esempio molto semplice.C...
05/10/2026

Due clienti fatturano entrambi 50.000 euro.
Valgono davvero uguale per l’impresa?

Proviamo con un esempio molto semplice.

CLIENTE A

Fatturato: 50.000 €
Tempo assorbito: 400 ore
Richieste extra: 5
Pagamento medio: 30 giorni

CLIENTE B

Fatturato: 50.000 €
Tempo assorbito: 650 ore
Richieste extra: 18
Pagamento medio: 90 giorni

Se guardiamo soltanto il fatturato, i due clienti sembrano identici.

50.000 € = 50.000 €.

Ma appena aggiungiamo altre tre informazioni, la lettura cambia.

Il Cliente B assorbe 250 ore di lavoro in più.

Richiede molte più attività aggiuntive.

E lascia l’impresa in attesa dell’incasso molto più a lungo.

A quel punto la domanda non è più:

«Quanto fattura questo cliente?»

Diventa:

«Quanto valore lascia realmente questo cliente alla mia impresa?»

Ed è una domanda molto diversa.

Perché il fatturato misura quanto vendiamo a un cliente.

Non misura, da solo, quanto costa servirlo, quante risorse assorbe e quale risultato economico produce.

Questo non significa necessariamente che il Cliente B sia un cliente da perdere.

Al contrario.

Capire meglio questi numeri permette all’impresa di decidere.

Può essere necessario rivedere il prezzo.

Definire meglio cosa è compreso e cosa è extra.

Modificare le condizioni di pagamento.

Ridurre attività e passaggi che assorbono tempo senza produrre valore.

Oppure scoprire che quel cliente è comunque strategico e che vale la pena mantenerlo alle condizioni attuali.

Il punto è un altro:

prima di decidere, bisogna misurare.

Perché due clienti che producono lo stesso fatturato possono avere un valore molto diverso per l’impresa.

E qualche volta il cliente che sembra più importante non è quello che contribuisce di più al risultato.

Misurare meglio un cliente non serve necessariamente a perderlo.
Serve a capire come renderlo sostenibile e profittevole anche per l’impresa.

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Due clienti fatturano entrambi 50.000 €.Valgono davvero uguale per l’impresa?A prima vista sì.Poi aggiungiamo qualche in...
05/10/2026

Due clienti fatturano entrambi 50.000 €.
Valgono davvero uguale per l’impresa?

A prima vista sì.

Poi aggiungiamo qualche informazione.

CLIENTE A
400 ore di lavoro
5 richieste extra
Pagamento a 30 giorni

CLIENTE B
650 ore di lavoro
18 richieste extra
Pagamento a 90 giorni

Il fatturato non è cambiato.

È cambiato tutto il resto.

Ed è proprio quel “resto” che aiuta a capire quanto valore lascia realmente un cliente all’impresa.

Non significa che il Cliente B debba essere perso.

Potrebbe essere necessario rivedere il prezzo, delimitare meglio le attività comprese, modificare le condizioni di pagamento o organizzare diversamente il lavoro.

Prima, però, bisogna accorgersene.

RICAVI → TEMPO → EXTRA → INCASSO

Quattro informazioni possono raccontare una relazione commerciale molto meglio di un solo numero.

Misurare non serve a decidere al posto dell’imprenditore.
Serve a permettergli di decidere meglio.

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Chi risponde della cybersecurity nella tua impresa?Se la prima risposta è:«Se ne occupa il tecnico informatico»vale la p...
04/10/2026

Chi risponde della cybersecurity nella tua impresa?

Se la prima risposta è:

«Se ne occupa il tecnico informatico»

vale la pena fermarsi.

Perché affidare a un professionista la gestione tecnica della sicurezza informatica non significa necessariamente aver governato il rischio cyber dell’impresa.

Ed è una distinzione diventata ancora più importante con la disciplina NIS2.

Per le imprese che rientrano nel suo perimetro, infatti, la cybersecurity non riguarda soltanto antivirus, firewall, backup, password o sistemi informatici.

Arriva fino alla governance dell’impresa.

Il D.Lgs. 138/2024 prevede specifici compiti per gli organi di amministrazione dei soggetti interessati: devono approvare le modalità di attuazione delle misure di gestione dei rischi per la sicurezza informatica e sovrintendere alla loro implementazione.

Questo cambia la prospettiva.

Il tecnico IT può occuparsi, ad esempio, di:

→ sistemi e infrastrutture;
→ protezioni tecniche;
→ backup;
→ aggiornamenti;
→ gestione operativa degli accessi.

Ma a monte rimangono domande che riguardano direttamente l’impresa:

Quali sono i nostri rischi?

Quali attività non possono fermarsi?

Chi decide cosa fare in caso di incidente?

Quali responsabilità abbiamo attribuito all’interno dell’organizzazione?

Le misure adottate sono state realmente valutate e governate oppure semplicemente affidate al fornitore informatico?

Sono due livelli diversi.

GESTIONE TECNICA → può essere affidata a competenze specialistiche.

GOVERNO DEL RISCHIO → resta una questione d’impresa.

Per questo la NIS2 non dovrebbe essere letta soltanto come una nuova normativa sulla sicurezza informatica.

Per le imprese interessate è anche una questione di organizzazione, responsabilità e governance.

E il primo controllo, quindi, non è comprare un nuovo software.

È capire se l’impresa rientra nel perimetro della disciplina, quali obblighi le competono e chi, concretamente, sta governando quel rischio.

Perché delegare la tecnologia è possibile.

Delegare completamente la responsabilità di governo, no.

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Lunedì apre lo sportello.Se oggi stai ancora decidendo COSA comprare, c’è un problema.Il 6 ottobre apre lo sportello di ...
03/10/2026

Lunedì apre lo sportello.
Se oggi stai ancora decidendo COSA comprare, c’è un problema.

Il 6 ottobre apre lo sportello di Investimenti sostenibili 4.0.

Il giorno successivo, 7 ottobre, partirà quello di Scoperta imprenditoriale II.

Due opportunità diverse.

Ma entrambe aiutano a mettere a fuoco un errore che un’impresa dovrebbe evitare:

confondere il momento in cui si presenta una domanda con il momento in cui si decide un investimento.

Quando apre uno sportello agevolativo, l’impresa dovrebbe avere già risposto ad alcune domande.

1. Quale problema vogliamo risolvere?

Non: “Cosa possiamo comprare con il contributo?”

Ma: “Cosa oggi limita produttività, capacità, qualità o competitività della nostra impresa?”

2. Quale investimento serve realmente?

Un macchinario, un software o una nuova tecnologia devono avere una funzione precisa nell’impresa prima ancora di essere agevolabili.

3. Quanto costa e quanto possiamo sostenere?

Perché anche un investimento agevolato richiede risorse, programmazione finanziaria e capacità di sostenere la parte che resta a carico dell’impresa.

4. Quale risultato ci aspettiamo?

Più produzione?
Meno tempi?
Meno errori?
Minori consumi?
Maggiore capacità commerciale?

Se non sappiamo cosa dovrebbe migliorare, sarà difficile capire dopo se l’investimento abbia realmente prodotto valore.

5. Solo alla fine: esiste un’agevolazione adatta?

La sequenza dovrebbe quindi essere:

BISOGNO → PROGETTO → NUMERI → INVESTIMENTO → AGEVOLAZIONE → DOMANDA

Non il contrario.

Perché lo sportello è il momento in cui si presenta la domanda.

Non dovrebbe essere il momento in cui l’impresa decide cosa fare.

Questa distinzione vale per le misure che apriranno nei prossimi giorni, ma soprattutto vale per qualsiasi investimento aziendale agevolato.

Un bando può rendere finanziariamente più favorevole una buona decisione.

Non può trasformare automaticamente in una buona decisione un investimento che l’impresa non ha ancora valutato.

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