06/10/2026
Gli agenti AI lavorano ormai per minuti, a volte per ore, e il professionista resta a fissare lo schermo. Qualche idea, dalla revisione legale alla telefonata al cliente, per trasformare quell’attesa in lavoro utile.
La letteratura ha sempre avuto un debole per chi aspetta. Penelope tesseva di giorno e disfaceva di notte il sudario per Laerte, tenendo a bada i Proci in attesa di Ulisse; Giovanni Drogo, nel Deserto dei Tartari di Buzzati, ha consumato la vita sugli spalti della Fortezza Bastiani in attesa di un nemico che non arrivava mai. Da qualche mese alla galleria si è aggiunto un personaggio nuovo, meno epico: il professionista che, affidato un compito lungo a un agente AI, resta a fissare lo schermo.
Fino a poco tempo fa il dialogo con i chatbot aveva il ritmo del ping pong, con risposte che arrivavano in pochi secondi. Gli agenti che oggi analizzano intere cartelle di documenti o riconciliano mesi di estratti conto lavorano invece in autonomia per minuti, talvolta per ore. Secondo le misurazioni di METR, la lunghezza dei compiti che gli agenti riescono a completare da soli (misurata in base al tempo che servirebbe a un esperto umano) raddoppia all’incirca ogni 7 mesi. Tradotto per chi sta alla scrivania, le attese sono destinate ad allungarsi, e con loro una domanda che nessun manuale di organizzazione dello studio si è ancora posto: cosa si fa, nel frattempo?
La risposta istintiva è la peggiore, cioè guardare. Seguire riga per riga il ragionamento dell’agente ha lo stesso fascino ipnotico dell’oblò di una lavatrice, con l’aggravante che ci si convince di stare lavorando. Abbiamo delegato l’esecuzione e ci siamo tenuti l’ansia, combinazione che nessun esperto di produttività oserebbe proporre. I programmatori, del resto, hanno da decenni la scusa pronta per ogni pausa: il codice sta compilando.
Un primo uso intelligente dell’attesa arriva dritto dalla revisione legale. Nelle procedure di analisi comparativa (ISA Italia 520) il revisore sviluppa un’aspettativa indipendente prima di esaminare il dato, per non farsi condizionare da ciò che trova. Con l’AI si può fare lo stesso: mentre l’agente elabora il piano finanziario, si annota su un foglio quale margine operativo ci si attende e quali numeri renderebbero il risultato sospetto. Quando l’output arriva, il confronto richiede 5 minuti e la tentazione di accettare per stanchezza un documento ben impaginato si riduce parecchio. È l’antidoto più economico all’effetto di ancoraggio, e costa esattamente il tempo che avremmo passato a fissare lo schermo.
La seconda idea è dedicarsi a ciò che l’agente, per costruzione, non può fare. L’AI lavora sui documenti che le abbiamo consegnato e ignora serenamente tutto il resto: la telefonata al cliente per capire se i soci rinunceranno davvero a quel finanziamento, la domanda scomoda che nessun bilancio contiene. Quei 20 minuti sono il momento ideale per procurarsi le informazioni che nessun file può restituire e che spesso cambiano il senso dell’elaborazione in corso. Oppure per preparare la lista dei controlli da fare sul risultato, prima che arrivi.
Esiste infine la tentazione più moderna: approfittare dell’attesa per lanciare un secondo agente, poi un terzo, fino a trasformarsi in un capoturno che corre da un nastro all’altro senza controllarne davvero nessuno. Gli orchestratori promettono di risolvere il problema affidando a un agente il ruolo di capoturno, ma coordinano l’esecuzione, non la responsabilità: al professionista arriva un unico output, più ampio e più rifinito, che sembra già verificato e non lo è. Penelope, almeno, sapeva che la sua tela non sarebbe mai stata finita e lo faceva apposta. Chi moltiplica gli agenti rischia di ottenere lo stesso effetto senza volerlo, con molto lavoro in corso e poco di concluso, perché la capacità di revisione resta quella di una persona sola.
Il rischio più concreto, però, è già sotto i nostri occhi.
Mentre ci interroghiamo su come riempire l’attesa della macchina, in parecchi studi c’è un agente che ha terminato il suo compito martedì scorso e aspetta ancora che qualcuno apra il file.